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Capitolo № 24 · 1916 – 1962

Il mandato belga e la rivoluzione fabbricata

La carta d’identità del 1933, il vescovo Perraudin e una Chiesa che cambiò campo senza cambiare metodo.

120,000–300,000 out, 1959–64KabgayiThe centre of the Church in RwandaNyanzaMusinga deposed 1931; ubuhake abolished 1954Byimana1 November 1959GitaramaThe monarchy abolished, January 1961GikongoroThe reprisals of 1963–64KigaliIndependence, 1 July 1962BujumburaWhere Rudahigwa died, July 1959UgandaLake Kivu100 kmN
Atlante Dove è accaduto. Forty-six years, and two decisions. Kabgayi is on this map three times over: it is where Bishop Classe defended Tutsi chiefly rule in racial terms in the 1920s, where Monsignor Perraudin explained inequality in racial terms in 1959, and where the Catholic newspaper that Grégoire Kayibanda edited was printed. The arrows are what followed: between 120,000 and 300,000 people out, and not permitted back, for thirty years.
Cronologia

Quando è accaduto

  1. 1926–33 The Mortehan reforms Three chieftainships merged into one chief per district, appointed by the administration and chosen overwhelmingly from the Tutsi chiefly class on Bishop Classe’s explicit advice.
  2. 1931 Musinga deposed For refusing to convert and obstructing the reforms. He dies in exile in the Belgian Congo.
  3. 1933–34 The identity card Hutu, Tutsi, Twa or Naturalised, inherited patrilineally, unchangeable. Where local knowledge was ambiguous, the administration used cattle wealth and physical measurement. There are photographs of the measuring.
  4. 1943–44 The Ruzagayura famine A quarter to a third of a million dead, on a population already stripped of reserves by requisition and export cultivation.
  5. 1954 Ubuhake abolished The cattle contract goes. Uburetwa, the labour obligation, and the card, do not.
  6. 24 March 1957 The Bahutu Manifesto Real grievances in the colonial frame: Hutu and Tutsi as races, Tutsi as foreign Hamitic conquerors, and a demand that the identity cards be kept, so the statistics of domination could be documented.
  7. 11 February 1959 Super omnia caritas The most Catholic institution in one of the most Catholic countries in Africa tells its faithful, from every pulpit, that their society’s inequality is a matter of race.
  8. July 1959 Mwami Rudahigwa dies in Bujumbura Suddenly, after an injection administered by a Belgian doctor. Rumours of poisoning were immediate and have never been resolved.
  9. November 1959 The muyaga — the wind A false rumour that a Hutu sub-chief had been killed sets off attacks, burning and flight across the country.
  10. 1959–60 Colonel Logiest replaces the chiefs Belgium declares an emergency and appoints a special resident with effectively unlimited authority. He does not restore the status quo; he installs Hutu appointees across the country, and says so in his memoirs.
  11. January 1961 Gitarama: the monarchy abolished The UN commission on the spot described the proceedings as an unlawful seizure and warned of a one-party dictatorship built on a racial ideology.
  12. 1 July 1962 Independence
  13. December 1963 The Gikongoro reprisals Ten to fourteen thousand killed. Bertrand Russell called it the most horrible and systematic massacre since the extermination of the Jews. It received a few days of attention.
  14. July 1973 Habyarimana’s coup The structures untouched. The cards stayed, the quota stayed, the refugees stayed out.
Belgium did two things that made everything afterwards possible, and it did them in the order people do not expect: first it hardened the categories and printed them on a card, then (faced with decolonisation and a Tutsi elite that had begun asking for independence), it kept the hierarchy exactly as it was and changed which race it supported.

I termini evidenziati hanno una breve definizione: passa il mouse o tocca su schermo tattile.

«Nel nostro Ruanda le differenze e le disuguaglianze sociali sono in gran parte legate a differenze di razza.»

— Monsignor André Perraudin, lettera pastorale di quaresima Super omnia caritas, 11 febbraio 1959

Il Belgio governò il Ruanda per quarantasei anni. In quel tempo fece due cose che resero possibile tutto il resto, e le fece nell'ordine opposto a quello che ci si aspetta.

Primo, fra il 1926 e il 1933 prese le categorie sociali fluide del capitolo 22, le irrigidì in un'unica gerarchia razziale e le stampò su una carta che ogni ruandese doveva portare con sé. Secondo, negli anni Cinquanta, davanti alla decolonizzazione e a un'élite tutsi che aveva cominciato a chiedere l'indipendenza, mantenne la gerarchia razziale esattamente com'era e si limitò a cambiare la razza che sosteneva, con la collaborazione attiva della Chiesa cattolica, il cui esponente più alto in Ruanda fornì la cornice teologica.

Nessuna delle due mosse fu nascosta. Entrambe sono documentate negli archivi dell'amministrazione stessa, nelle lettere pastorali della Chiesa stessa e nelle memorie dell'ufficiale che eseguì la seconda.

La forma giuridica

Il Belgio deteneva il Ruanda sotto il mandato di classe B della Società delle Nazioni confermato nel 1922, e dopo il 1946 come territorio in amministrazione fiduciaria delle Nazioni Unite. La teoria giuridica, dall'articolo 22 del Patto della Società, era che i popoli interessati fossero «non ancora in grado di reggersi da sé nelle dure condizioni del mondo moderno» e che la loro tutela fosse una «sacra missione di civiltà», la formula che il capitolo 14 ha fatto risalire al del 1513.

In pratica il mandato significava che il Belgio governava un paese densamente popolato e di grande potenziale agricolo con pochissimi belgi, e aveva bisogno della stessa cosa di cui aveva avuto bisogno la Germania: amministratori locali che riscuotessero, arruolassero e facessero rispettare.

Semplificare lo Stato fino a poterlo usare

Le riforme associate al residente Georges Mortehan, dal 1926 ai primi anni Trenta, sono fra le meno note e fra le più distruttive cose fatte al Ruanda.

Il capitolo 22 ha descritto l'assetto precoloniale: tre capitanati distinti in ogni distretto (della terra, dei pascoli e degli uomini), di norma detenuti da persone diverse, così che nessun singolo notabile riunisse in un luogo tutte le forme di autorità. Era un freno deliberato al potere.

Il Belgio lo abolì. Le tre cariche furono fuse in un solo capo per distretto, nominato dall'amministrazione coloniale e a essa responsabile, e i titolari furono scelti in schiacciante maggioranza nella classe dei capi tutsi, su esplicito consiglio del vescovo Classe e dell'etnografia missionaria del capitolo 23. I capi hutu e i lignaggi semiautonomi del nord furono eliminati. Alla vigilia dello sconvolgimento del 1959, la grande maggioranza dei capi e sottocapi del paese era tutsi, una concentrazione senza alcun precedente precoloniale.1

L'effetto sulla vita quotidiana fu diretto: un solo funzionario controllava ora l'accesso alla terra, il bestiame, la requisizione di lavoro, le imposte e la giustizia su ogni collina, ed era responsabile verso l'alto davanti agli europei anziché lateralmente verso i rivali o verso il basso verso i clienti. L', l'obbligo di lavoro dei coltivatori hutu, fu mantenuto ed esteso; a esso si aggiunsero la coltivazione forzata del caffè per l'esportazione e il lavoro forzato per strade e terrazzamenti antierosione. Quando nel 1943–44 colpì la carestia di Ruzagayura, uccidendo nell'ordine di un quarto o un terzo di milione di persone, cadde su una popolazione già privata di riserve da requisizioni e colture d'esportazione.

1933: la carta

Nel 1933–34 l'amministrazione belga condusse un censimento ed emise carte d'identità che registravano ogni persona come hutu, tutsi, twa o naturalizzata. Da quel momento ogni ruandese portò in tasca la propria categoria, la ereditò per via paterna e non poté cambiarla.

Come furono classificate le persone? Il sapere locale esistente e l'autoidentificazione fecero gran parte del lavoro, ma dove era ambiguo l'amministrazione usò la ricchezza in bestiame (la regola empirica più citata era una soglia attorno ai dieci capi) e, in modo del tutto tipico dell'epoca, la misurazione fisica. Missioni scientifiche belghe misurarono altezze, lunghezze e larghezze del naso e dimensioni del cranio, e ne pubblicarono i risultati. La misurazione non era una metafora. Ne esistono le fotografie.2

Tre conseguenze meritano di essere enunciate separatamente, perché ciascuna fu decisiva.

  1. Abolì la mobilità. I processi descritti dal capitolo 22 (il , il diventare tutsi grazie alla ricchezza nell'arco di una generazione, e il suo contrario) divennero impossibili. Una categoria che era stata in parte una descrizione di status divenne un attributo ereditario permanente.
  2. Rese la categoria amministrativamente reale. L'ammissione a scuola, l'impiego nel servizio coloniale e la nomina a capo erano tutti razionati su quella base. Le possibilità di vita di un ruandese passavano ora per una riga su una carta.
  3. Rese il genocidio operativamente possibile sessantun anni dopo. Nel 1994 gli uomini ai posti di blocco chiedevano i documenti. Uccidere centinaia di migliaia di persone in cento giorni richiedeva di sapere, in fretta, chi fosse chi. Il Belgio l'aveva fornito.
La ricevuta · che cosa disse la Chiesa, e quando

1927, vescovo Léon Classe, che mette in guardia l'amministrazione dal rimuovere i capi tutsi: sostituirli con gente comune significherebbe eliminare i capi nati e consegnare il paese all'anarchia e al comunismo antieuropeo.

1959, monsignor André Perraudin, nella lettera pastorale citata in apertura di capitolo: le differenze e le disuguaglianze sociali in Ruanda sono in gran parte legate a differenze di razza; e, prosegue, coloro che detengono ricchezza e potere politico e giudiziario costituiscono in effetti una sola razza.

A trentadue anni di distanza, dai due più alti ecclesiastici del paese, a difesa di esiti politici opposti, e in entrambi i casi la razza è la categoria operativa. È questa la continuità di cui parla il capitolo.

Classe, in L'Essor colonial et maritime, 1930, e corrispondenza missionaria; Perraudin, Super omnia caritas, 11 febbraio 1959

Il cambio

Verso la metà degli anni Cinquanta due cose erano cambiate.

L'élite tutsi era diventata nazionalista. Formata nelle scuole missionarie, con Ghana e Guinea che si avviavano all'indipendenza e sotto la spinta delle missioni di visita dell'amministrazione fiduciaria dell'ONU, il Consiglio Superiore del cominciò a chiedere un calendario per l'indipendenza. Dal punto di vista belga, l'élite coltivata per trent'anni si era trasformata in un partito anticoloniale.

Il personale della Chiesa era cambiato. I Padri Bianchi del periodo fra le due guerre erano stati in larga parte europei aristocratici e conservatori, congeniali a una corte tutsi. La generazione del dopoguerra comprendeva molti preti fiamminghi e svizzeri di origini modeste, formati nella politica cristiano-democratica e sociale cattolica, che guardarono al Ruanda e videro una contadinanza oppressa da un'aristocrazia feudale. Quella lettura non era semplicemente inventata (l'uburetwa era reale e brutale), ma sovrapponeva l'analisi di classe direttamente alle categorie razziali che la Chiesa stessa aveva passato decenni a irrigidire.

La figura decisiva è André Perraudin, Padre Bianco svizzero, vicario apostolico di Kabgayi dal 1956 e di fatto capo della Chiesa ruandese. Suo protetto ed ex segretario era Grégoire Kayibanda, direttore del giornale cattolico Kinyamateka e poi primo presidente del Ruanda.

Nel marzo 1957 nove intellettuali hutu pubblicarono il Manifesto dei Bahutu, la «Nota sull'aspetto sociale del problema razziale indigeno in Ruanda». Le sue rivendicazioni sull'esclusione dall'istruzione, dalle cariche e dalla terra erano reali e in buona misura fondate. La sua cornice era quella coloniale: trattava hutu e tutsi come razze, descriveva i tutsi come conquistatori camiti stranieri e chiedeva che le carte d'identità fossero mantenute, così che le statistiche del dominio potessero essere documentate.3

Due anni dopo la lettera quaresimale di Perraudin conferì a quella cornice l'autorità episcopale. L'istituzione più cattolica di uno dei paesi più cattolici d'Africa disse ai propri fedeli, da ogni pulpito del paese, che la disuguaglianza della loro società era una questione di razza.

Novembre 1959: il vento della distruzione

Nel luglio 1959 il mwami Mutara III Rudahigwa morì improvvisamente a Bujumbura dopo un'iniezione somministrata da un medico belga. Le voci di avvelenamento furono immediate e non sono mai state chiarite.

Il 1º novembre 1959 un sottocapo hutu e militante del PARMEHUTU, Dominique Mbonyumutwa, fu aggredito da giovani tutsi nei pressi di Byimana. La voce che fosse stato ucciso (non lo era) scatenò ciò che i ruandesi chiamano , il vento: attacchi alle case tutsi in tutto il paese, incendi, uccisioni e fughe.

Ciò che accadde dopo è ciò che rende quella una rivoluzione fabbricata anziché spontanea. Il Belgio proclamò lo stato d'emergenza militare e nominò il colonnello Guy Logiest residente speciale con autorità di fatto illimitata. Logiest non ripristinò lo status quo. Usò l'emergenza per sostituire i capi, insediando in pochi mesi nominati hutu al posto di quelli tutsi in tutto il paese. Ne parlò poi con assoluta franchezza, scrivendo nelle memorie di una determinazione a restituire agli hutu la loro dignità e riconoscendo di aver preso parte.4

Poi vennero le elezioni. Le elezioni comunali di metà 1960 si tennero sotto la nuova amministrazione locale insediata dagli hutu, con i leader politici tutsi in esilio, in fuga o in boicottaggio. Il PARMEHUTU vinse in modo schiacciante. Nel gennaio 1961, a Gitarama, un'assemblea dei nuovi borgomastri (convocata con la conoscenza e alla presenza dell'amministrazione belga) abolì la monarchia e proclamò la repubblica. La commissione delle Nazioni Unite presente sul posto definì il procedimento una presa di potere illegittima e avvertì che il Ruanda si stava avviando verso una dittatura a partito unico fondata su un'ideologia razziale. L'indipendenza arrivò il 1º luglio 1962, con Kayibanda presidente.

Ritratto di Grégoire Kayibanda, primo presidente del Ruanda
Grégoire Kayibanda (1924–1976). Formato in seminario, direttore del giornale cattolico Kinyamateka, segretario di monsignor Perraudin, coautore del Manifesto dei Bahutu, primo presidente della Repubblica. Morì agli arresti domiciliari dopo il colpo di Stato del 1973.Abbie Rowe, White House · Wikimedia Commons · pubblico dominio

L'esilio, e i massacri che nessuno ricorda

Fra il 1959 e il 1964 fra 120.000 e 300.000 tutsi fuggirono in Burundi, Uganda, Tanganica e Congo. Non fu loro permesso di tornare. I governi ruandesi successivi sostennero che il paese fosse troppo piccolo e troppo pieno, posizione che la comunità internazionale accettò per trent'anni, ratificando di fatto una popolazione apolide permanente. Quella decisione produsse la generazione che compare nel capitolo 26.

I gruppi in esilio lanciarono incursioni da oltre confine; il governo li chiamò , scarafaggi, la parola che nel 1994 sarebbe ancora stata in uso alla radio. Dopo un'incursione dal Burundi verso il Bugesera nel dicembre 1963, il governo organizzò rappresaglie contro i civili tutsi. Furono uccise fra le dieci e le quattordicimila persone, concentrate a Gikongoro. Bertrand Russell lo definì pubblicamente il massacro più orribile e sistematico a cui avesse assistito dallo sterminio degli ebrei. Ricevette qualche giorno di attenzione internazionale e poi nulla.5

Le due repubbliche, in breve

La Prima Repubblica di Kayibanda istituzionalizzò ciò che il 1959 aveva prodotto: carte d'identità mantenute, un sistema di quote che limitava i tutsi a una quota nominale di posti scolastici e impieghi pubblici, e ondate periodiche di violenza, in particolare nel 1973, quando campagne di espulsione da scuole e luoghi di lavoro spinsero fuori un'altra ondata di profughi.

Nel luglio 1973 il capo di stato maggiore dell'esercito, Juvénal Habyarimana, prese il potere con un colpo di Stato e fondò la Seconda Repubblica. Per un certo periodo fu considerato dai donatori una figura stabilizzatrice: la violenza contro i tutsi calò rispetto ai picchi precedenti, e il Ruanda della fine degli anni Settanta e dei primi Ottanta fu un beniamino delle agenzie europee di aiuto: ordinato, laborioso, cattolico. Le strutture restarono intatte. Le carte restarono. La quota restò. I profughi restarono fuori. E il favoritismo regionale ora andava alla regione natale nord-occidentale del presidente, alienando anche gli hutu del sud.

Ritratto di Juvénal Habyarimana, presidente del Ruanda
Juvénal Habyarimana (1937–1994). Prese il potere nel 1973 e governò fino all'abbattimento del suo aereo il 6 aprile 1994. Negli anni Ottanta il suo Stato a partito unico era fra i maggiori beneficiari pro capite di aiuti in Africa.Wikimedia Commons · pubblico dominio
Dove questo capitolo discute con se stesso

Nulla di quanto detto va letto come difesa dell'élite tutsi precoloniale o coloniale. L'uburetwa fu un'estrazione di lavoro autentica, umiliante e razzializzata nella pratica, e gli uomini che scrissero il Manifesto dei Bahutu avevano rivendicazioni reali che un'amministrazione coloniale aveva passato trent'anni ad aggravare. Una rivoluzione contro quell'ordine non era illegittima.

L'argomento di questo capitolo riguarda la cornice e le mani. La rivoluzione fu condotta in un vocabolario razziale fabbricato dagli europei, ratificato da un vescovo ed eseguito sotto la direzione di un colonnello belga che scelse i vincitori e li insediò nelle cariche. Ciò che avrebbe potuto essere una lotta contro un sistema di estrazione divenne una gara fra due razze inventate, con il risultato che la sua vittoria non richiese l'abolizione dell'uburetwa e della carta, ma l'espulsione di un popolo. La carta rimase in vigore fino al 1994, quando fu usata per smistare le persone ai posti di blocco.

Il capitolo 25 porta la storia dal Ruanda stabile, finanziato dagli aiuti e profondamente cattolico di Habyarimana fino all'aprile 1994, e chiede che cosa stessero facendo la Chiesa e la Francia mentre accadeva.

Note

  1. Catharine Newbury, The Cohesion of Oppression: Clientship and Ethnicity in Rwanda, 1860–1960 (New York: Columbia University Press, 1988), capp. 6–7; Mahmood Mamdani, When Victims Become Killers (Princeton, 2001), pp. 88–102. ↩
  2. Jean-Pierre Chrétien, The Great Lakes of Africa (New York: Zone, 2003), pp. 282–297; Gérard Prunier, The Rwanda Crisis: History of a Genocide (New York: Columbia University Press, 1995), pp. 26–40. ↩
  3. «Note sur l'aspect social du problème racial indigène au Rwanda» (il Manifesto dei Bahutu), 24 marzo 1957; discusso in Prunier, The Rwanda Crisis, pp. 45–48, e in Linden, Church and Revolution in Rwanda, cap. 9. ↩
  4. Guy Logiest, Mission au Rwanda: un Blanc dans la bagarre Tutsi-Hutu (Bruxelles: Didier Hatier, 1988); Prunier, The Rwanda Crisis, pp. 48–54, cita e analizza il resoconto dello stesso Logiest. ↩
  5. René Lemarchand, Rwanda and Burundi (Londra: Pall Mall, 1970), sulle uccisioni del 1963–64; la dichiarazione di Russell apparve sulla stampa britannica all'inizio del 1964. ↩
Dramatis personae

Chi era coinvolto

  1. Figure

    Georges Mortehan

    resident 1924 – 1929 Belgian resident in Rwanda

    Administrative simplicity

    The reforms that carry his name are the least famous and among the most destructive things done to Rwanda. The precolonial arrangement gave each district three chiefs (of the land, of the pastures and of men), usually different people, so that no notable held every kind of authority. Belgium merged them into one chief per district, appointed from above and answerable upwards. A single official now controlled land, cattle, labour, tax and justice on every hill.

    Mamdani, When Victims Become Killers (2001), pp. 88–102

  2. Figure

    Léon Classe

    1874 – 1945 Vicar Apostolic of Rwanda

    The natural-born chiefs

    The dominant church figure of the interwar period, and the man the administration listened to because he knew the country and they did not. He warned in print and in official correspondence that removing Tutsi chiefs and replacing them with commoners would eliminate the natural-born chiefs and deliver Rwanda to anarchy and anti-European communism. The Mortehan reforms followed his advice.

    Linden, Church and Revolution in Rwanda (1977)

  3. Figure

    André Perraudin

    1914 – 2003 Vicar Apostolic of Kabgayi from 1956

    The switch, with episcopal authority

    A Swiss White Father, effectively head of the Rwandan church, whose Lenten letter of 11 February 1959 told the faithful from every pulpit in one of the most Catholic countries in Africa that their society’s inequalities were in large part linked to differences of race. His protégé and former secretary, Grégoire Kayibanda, became the country’s first president. Thirty-two years after Classe had used the same category to defend the opposite outcome.

    Perraudin, Super omnia caritas (1959)

  4. Figure

    Guy Logiest

    1912 – 1991 Belgian special resident, 1959–1962

    He said so himself

    Appointed with effectively unlimited authority when Belgium declared a military emergency in November 1959, he did not restore the status quo. He used the emergency to replace Tutsi chiefs with Hutu appointees across the country within months, and then held elections under the administration he had installed. He was entirely candid afterwards, writing of a determination to give the Hutu back their dignity and acknowledging that he had taken sides.

    Logiest, Mission au Rwanda (1988)

  5. Figure

    Mutara III Rudahigwa

    1911 – 1959 Mwami, r. 1931–1959

    Latterly, independence

    Catholic-educated and initially Belgium’s preferred mwami; he abolished ubuhake in 1954 and moved toward an independence agenda, which is precisely when Belgium’s enthusiasm for the elite it had cultivated for thirty years began to fail. He died suddenly in Bujumbura in July 1959, after an injection administered by a Belgian doctor. The rumours of poisoning were immediate and have never been resolved.

    Linden, Church and Revolution in Rwanda (1977)

  6. Figure

    Kigeli V Ndahindurwa

    1936 – 2016 Mwami, r. 1959–1961

    A throne for two years

    Rudahigwa’s half-brother, installed in the middle of the muyaga and dethroned within two years by an assembly of burgomasters convened with the Belgian administration’s knowledge. He lived the rest of his life in exile, latterly in the United States, and died in Washington in 2016. The last mwami of Rwanda.

  7. Figure

    Grégoire Kayibanda

    1924 – 1976 First president of Rwanda, 1962–1973

    PARMEHUTU

    Seminary-trained, editor of the Catholic paper Kinyamateka, secretary to Monsignor Perraudin, co-author of the Bahutu Manifesto, and the man who led Rwanda to independence. His republic kept the identity card, added a quota limiting Tutsi to a nominal share of school places and public employment, and refused the refugees’ return. He died under house arrest after the 1973 coup.

    Lemarchand, Rwanda and Burundi (1970)

  8. Fazioni

    PARMEHUTU

    Parti du Mouvement de l’Émancipation Hutu

    1959 – 1973 The party of the revolution

    Emancipation, in a racial frame

    It swept communal elections held under a Hutu administration installed by a Belgian colonel, with Tutsi leaders in exile, in flight or boycotting; it abolished the monarchy at Gitarama; and it governed as an effective single-party state until 1973. Its grievances were real and a colonial administration had spent thirty years deepening them. Its framework was the colonial one, which is why its victory required not the abolition of the card but the expulsion of a people.

    Lemarchand, Rwanda and Burundi (1970)

rwandafacts Una cronaca accademica, basata sulle fonti.
I contenuti sono annotati; le correzioni sono benvenute.